12 - L'appeso
La pena di morte che ha decretato la fine di Saddam Hussein ha suscitato le reazioni più diverse. Dai disgustosi rigurgiti antiamericani dei numerosi politici e blogger sinistrati, sempre pronti a rivendicare la legittimità di piazzale Loreto e allo stesso tempo capaci di sputare anatemi sulla morte di Saddam, dimentichi delle stragi cinesi, si passa alla furia orgiastica di numerosi personaggi, per lo più nostalgici, che vorrebbero estendere la sorte del raìs a tutti i "Caini" del mondo, ancor meglio se con esecuzione istantanea. A prescindere dai dementi di ambo le parti, ho piacevolmente appreso che i Riformatori Liberali hanno assunto una posizione realista, ben diversa dal penoso Viva Saddam! del guru Giacinto, che ha aperto una discussione articolata sulla questione pena di morte, affrontata in chiave liberale, dividendo le coscienze dei commentatori.
Tempo fa il sottoscritto ha aderito ad una campagna in favore della abolizione della pena di morte lanciata dal mio gemellone, Camelot Destra Ideale, il quale, piccato per le assurde posizioni forcaiole di uno sparuto manipolo di (pseudo)fascisti in Tocque-Ville, ha abbandonato la città lanciando l'iniziativa "Liberali contro la pena di morte". A distanza di tanto tempo, ritengo necessario cogliere l'occasione per chiarire quali sono le mie posizioni in proposito.
Dal punto di vista morale, come sostiene anche l'oggettivista, non esiste di fatto alcun motivo per ritenere la pena di morte illiberale. Una società liberale, infatti, può tranquillamente includere la pena capitale senza cadere in contraddizione, come lo stesso David Friedman mostra in The Machinery of Freedom, descrivendo agenzie di giustizia private favorevoli o contrarie alla pena di morte, in libera competizione tra loro. Dal punto di vista etico, in effetti, non riesco a trovare un singolo argomento che possa negare ad una persona il diritto di uccidere l'assassino di un parente. Solitamente gli argomenti più usati contro la pena di morte sono:
1) La pena di morte è una forma di vendetta.
2) Lo stato non può pensare di togliere la vita ad un individuo, anche criminale.
Inutile dire che tali argomenti sono due cavalli di battaglia dei sinistrati. Il primo argomento è fondato sul nulla. Mi chiedo infatti per quale motivo la vendetta non dovrebbe essere un diritto. La vendetta al contrario è un diritto: la giustizia altro non deve fare che garantire che tale vendetta sia proporzionale all'offesa subita. Di conseguenza la giustizia altro non fa che regolamentare la vendetta, Se Tizio spara con una 38 sulla gamba di Caio, quest'ultimo ha il diritto di prendere una Desert Eagle e fare altrettanto. La differenza di calibro deriva dal danno morale ricevuto da Caio, che magari stava tranquillamente passeggiando per il centro senza alcuna colpa. Stessa cosa vale per la vita. Se uno ammazza mio fratello, egli perde i propri diritti e la sua vita diventa di mia proprietà. Io ho il diritto di ucciderlo come e quando voglio.
Il secondo argomento tenta di buttarla in caciara. E' infatti vero che lo stato non ha il diritto di uccidere una persona. Ma in effetti non c'è bisogno dello stato: alla fine sono i parenti della vittima a compiere la loro legittima difesa direttamente. Lo stato può tranquillamente essere escluso, basta un'agenzia di giustizia privata che riesca a vincere la causa. Ecco che anche questo secondo argomento crolla. Tra l'altro esso risulta già debole in partenza, in quanto, se lo stato non ha il diritto di uccidere un assassino, non si capisce perchè avrebbe il diritto di negare al parente della vittima il diritto di compiere la sua vendetta.
Se dunque si avesse la certezza matematica di sapere che l'assassino è realmente colui che ha compiuto l'omicidio, nessuno di noi avrebbe la possibilità di opporsi alla pena di morte e dunque alla vendetta. Il problema, e da qui il motivo per cui ho aderito alla campagna contro la pena capitale di Camelot, si pone in virtù dell'impossibilità epistemologica di determinare con certezza se l'omicidio è attribuibile realmente a chi lo ha compiuto. La giustizia umana, poichè appunto è composta da uomini fallibili, non potrà mai decretare sentenze giuste al 100%: ci sarà sempre quell'1% che impedirà di affermare che Tizio ha inconfutabilmente ucciso Caio.
Tuttavia, nel caso del Rais Saddam, questo discorso non vale, poichè Saddam si è assunto, come dittatore e come tiranno, la responsabilità storica delle sue stragi di massa, anzi, ne ha fatto un punto di forza del suo sanguinario regime. Di conseguenza, la condanna di Saddam, sfugge al problema di natura epistemologica sollevato in precedenza. La sua esecuzione, perciò, mi trova del tutto indifferente. Semmai, mi colpisce il fatto che gli siano stati imputati solo 150 omicidi circa, il che mi sembra francamente ridicolo.